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Molto spesso si parla di narcisismo riferendosi al proprio compagno o compagna, ma solo di rado si fa riferimento al genitore.

Quando il narcisista è un genitore, riuscire a porre dei confini è ancora più difficile: se manca un forte radicamento e una consapevolezza della propria autostima, si rischia di affondare o di restare in una sabbia mobile che tiene incatenati.

Se il condizionamento sociale — oggi forse un po’ meno di ieri — tiene mogli e mariti bloccati in una relazione narcisista, quel condizionamento è ancora più forte quando si parla di un genitore. Il senso del dovere, quel “devi” che la cultura insegna fin da piccoli, diventa un cappio che ogni giorno stringe il nodo.

Da un padre o una madre nasce l’aspettativa dell’amore, delle carezze, dei riconoscimenti, dell’empatia: un’aspettativa che può trasformarsi in pretesa e infine in frustrazione, quando ci si confronta con altre famiglie e ci si accorge che i propri bisogni di amore, sicurezza, protezione, riconoscimento sono stati delusi.

Nella piramide dei bisogni di Maslow, alla base ci sono quelli primari (fame, sete…), ma non bastano per il benessere psico-fisico: salendo verso la punta della piramide, sono proprio autostima e autorealizzazione a venire a mancare.

Il genitore narcisista passa da silenzi punitivi a piccoli riconoscimenti, attesi come la pioggia nel deserto. Svaluta i figli elencando i propri successi raggiunti prima dei loro, e li chiude in una trappola emotiva fatta di doveri, attese, responsabilità e sensi di colpa, che ostacola la fuga come i corridoi di un labirinto. Lui è sempre al centro del “mondo”, velocissimo a cambiare maschera; molto spesso il suo atteggiamento manipolatore aumenta con l’età, proprio quando i figli vorrebbero spiccare il volo e difendere la propria indipendenza, e invece si ritrovano nel dovere di accudimento imposto dalla società.

Come uscirne?

È fondamentale essere consapevoli, senza giudizio, di questo comportamento. Ognuno porta con sé un bagaglio ereditato dalle generazioni precedenti e da vissuti che non sta a noi giudicare, ma solo accogliere.

Inizia ad ascoltare il tuo corpo, la tua assertività; créati degli spazi privati tutti tuoi, senza comunicarli. Non isolarti, non rinunciare ai tuoi progetti — che sia un’uscita con gli amici o un cambio di città. Inizia a delimitare i confini, allontana il pensiero del “cosa penseranno gli altri”: la vita che stai vivendo è solo tua, e solo tu ne sei responsabile.

Ascoltare il proprio corpo significa sentire, nel momento in cui sei con lui o con lei, come stai: com’è il respiro, il battito cardiaco. E poi, come ti senti quando ti allontani, quale “residuo” emotivo ti resta dopo che te ne sei andato. Non condividere i tuoi progetti, la tua quotidianità: tutelati dal rischio di un’invasione, fisica o morale.

Preparati un piano d’azione, a piccoli passi, giorno dopo giorno, e parti dalla tua autostima. Anche pensare che essa dipenda dall’apprezzamento genitoriale è un errore: è compito nostro volerci bene, lodarci, e permetterci anche di sbagliare.

Chiedere supporto non è segno di debolezza. Significa prendere in mano la propria vita, prendersi cura di sé, cancellare tutte le false convinzioni che ci hanno bloccato come macigni ai piedi, e partire — partire verso la cima di quella montagna dove ci sei solo tu, con la tua autorealizzazione.